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ESPULSIONE DELLO STRANIERO CHE INFRANGE LA LEGGE: GIUSTIZIA O SCORCIATOIA POLITICA?

Espulsione tra sicurezza, diritto e il confine sottile della democrazia

Nel dibattito pubblico italiano, poche questioni risultano tanto infiammabili quanto quella dell’espulsione dello straniero che infrange la legge. Il tema riemerge ciclicamente, spesso in concomitanza con fatti di cronaca nera o campagne elettorali, e viene proposto come soluzione semplice a problemi complessi. Ma dietro l’apparente evidenza dello slogan — “chi sbaglia se ne va” — si cela un intreccio giuridico, etico e politico che merita un’analisi più rigorosa e meno istintiva.



Il fondamento giuridico: ciò che la legge consente (e ciò che non consente)

L’ordinamento italiano non ignora il problema. Il Testo Unico sull’Immigrazione prevede già l’espulsione dello straniero in presenza di determinate condizioni, soprattutto nei casi di pericolosità sociale o di reati particolarmente gravi. Tuttavia, lo Stato di diritto pone un limite invalicabile: l’espulsione non può essere automatica. Essa deve rispettare la Costituzione, le convenzioni internazionali sui diritti umani e il principio di proporzionalità della pena.

Qui si colloca il primo nodo concettuale: lo straniero non è un soggetto giuridico “minore”. Davanti alla legge penale risponde per ciò che fa, non per ciò che è. Ogni deroga a questo principio incrina l’architettura dell’uguaglianza giuridica su cui si fonda la democrazia costituzionale.


Le ragioni dei favorevoli a la espulsione: sicurezza, sovranità, deterrenza

Chi sostiene una linea dura sull’espulsione articola argomenti che non possono essere liquidati come pura propaganda. In primo luogo, vi è la tutela della sicurezza pubblica: lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini e di neutralizzare soggetti ritenuti pericolosi. In secondo luogo, si invoca il principio di reciprocità morale: l’accoglienza, si afferma, implica il rispetto delle regole comuni; chi le viola rompe unilateralmente il patto sociale.

A ciò si aggiunge un argomento pragmatico: l’espulsione sarebbe uno strumento più rapido ed efficace rispetto alla detenzione, capace di alleggerire il sistema carcerario e di esercitare una funzione deterrente. In questa prospettiva, l’espulsione non è vista come discriminazione, ma come atto di sovranità, espressione del diritto dello Stato di decidere chi può rimanere sul proprio territorio.


Le ragioni dei contrari espulsione: uguaglianza, proporzionalità, diritti fondamentali

Sul fronte opposto, i critici individuano nell’espulsione automatica una pericolosa torsione del diritto. Punire uno straniero con una doppia sanzione — pena penale ed espulsione — equivale a introdurre una giustizia differenziale, incompatibile con il principio di uguaglianza. A parità di reato, la pena non può dipendere dal passaporto.

Vi è poi una questione di proporzionalità: l’espulsione può trasformarsi in una pena sproporzionata, soprattutto quando colpisce persone integrate da anni, con legami familiari, lavoro e radicamento sociale. In questi casi, l’allontanamento forzato non è solo una misura amministrativa, ma una frattura biografica irreversibile.

Infine, vi è il vincolo dei diritti umani: espellere verso paesi in cui esistono rischi di persecuzione, tortura o trattamenti inumani non è solo moralmente problematico, ma giuridicamente illecito.


Il vero conflitto: automatismo contro valutazione

Il cuore del problema non è l’espulsione in sé, bensì l’automatismo. Uno Stato democratico si distingue non perché rinuncia alla forza, ma perché la esercita attraverso procedure razionali e controllabili. L’automatismo elimina il giudizio, cancella il contesto, riduce l’individuo a categoria. È una scorciatoia seducente, ma pericolosa.

La valutazione caso per caso, al contrario, è faticosa, lenta, spesso impopolare. Eppure è l’unica compatibile con un sistema giuridico che voglia dirsi civile. Essa impone di considerare la gravità del reato, la recidiva, il grado di integrazione, i legami familiari e il rischio connesso al rimpatrio.


espulsione a chi comette un delito

Uno specchio per lo Stato

Il dibattito sull’espulsione degli stranieri che infrangono la legge è, in realtà, uno specchio in cui lo Stato osserva se stesso. La domanda decisiva non è quanto severamente punire, ma che tipo di legalità difendere. Una legalità emotiva, costruita sulla paura e sull’eccezione permanente, o una legalità rigorosa, capace di distinguere senza discriminare.

Espellere può essere necessario. Espellere automaticamente è un’altra cosa. E spesso, più che una soluzione, è una rinuncia: alla complessità, alla giustizia, e in ultima analisi, alla maturità democratica.


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