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La coda alla vaccinara: genealogia storica e semantica di un piatto identitario della cucina romana

  • Foto del escritor: Il ValRadicante Il giornale italiano online
    Il ValRadicante Il giornale italiano online
  • hace 4 días
  • 3 Min. de lectura

Oltre la ricetta, un documento culturale

Nel panorama della gastronomia italiana, la coda alla vaccinara occupa una posizione di rilievo che trascende la dimensione puramente culinaria. Essa si configura come un vero e proprio documento storico-alimentare, espressione di una civiltà urbana che ha saputo trasformare la necessità in virtù, la scarsità in elaborazione simbolica. Piatto emblematico della tradizione romana, la coda alla vaccinara rappresenta un paradigma della cosiddetta cucina del quinto quarto, ovvero quell’insieme di pratiche gastronomiche nate dal recupero delle parti meno nobili dell’animale, destinate storicamente alle classi popolari.



Il mondo dei vaccinari e il Mattatoio di Roma

L’origine della coda alla vaccinara è indissolubilmente legata alla topografia sociale ed economica della Roma preindustriale, in particolare al quartiere di Testaccio, sede del Mattatoio comunale fino alla fine del XIX secolo. Il termine “vaccinara” rimanda ai vaccinari, ossia i lavoratori addetti alla macellazione dei bovini, i quali venivano spesso remunerati non in denaro, ma con parti dell’animale considerate di scarso valore commerciale: teste, frattaglie, interiora e, appunto, la coda.

In questo contesto, la coda alla vaccinara nasce come piatto di sussistenza, elaborato all’interno di un’economia circolare ante litteram, in cui nulla veniva sprecato. La lunga cottura, necessaria per rendere commestibile un taglio ricco di tessuto connettivo, rispondeva tanto a esigenze pratiche quanto a una progressiva sofisticazione del gusto popolare.


La cottura come atto culturale: tempo, pazienza e trasformazione

Dal punto di vista tecnico e simbolico, la coda alla vaccinara è un inno alla lentezza. La preparazione tradizionale prevede una cottura prolungata, spesso superiore alle tre ore, durante la quale la carne gelatinosa si trasforma gradualmente in una materia morbida e avvolgente. Questo processo non è soltanto una necessità gastronomica, ma un atto culturale che riflette una concezione del tempo estranea alla logica della rapidità contemporanea.

Gli ingredienti fondamentali — coda di bue, sedano, carote, cipolla, pomodoro — costituiscono un lessico essenziale, arricchito in alcune varianti dall’aggiunta di uvetta e pinoli, elementi che introducono una lieve nota agrodolce, probabilmente di ascendenza giudaico-romanesca o comunque mediterranea. La presenza abbondante di sedano, talvolta servito come guarnizione finale, non è casuale: esso funge da contrappunto aromatico alla densità del sugo e alla grassezza della carne.


Tra oralità e canonizzazione: la coda a la vaccinara ricetta come tradizione fluida

È importante sottolineare come la coda alla vaccinara non conosca una ricetta univoca e definitivamente codificata. Al contrario, essa vive di una pluralità di micro-varianti domestiche, tramandate per via orale e adattate alle disponibilità stagionali e familiari. Questa fluidità normativa rappresenta uno degli elementi distintivi della cucina tradizionale romana, in cui l’autorità non risiede nel testo scritto, bensì nella memoria collettiva.

Nel corso del Novecento, il piatto ha conosciuto una progressiva canonizzazione, entrando nei menu delle trattorie storiche e, successivamente, nei repertori dell’alta cucina, dove è stato oggetto di riletture più o meno audaci. Tuttavia, anche nelle sue versioni più raffinate, la coda alla vaccinara conserva un’aura di autenticità che la ancora saldamente alle sue origini popolari.


coda a la vaccinara

Un simbolo identitario della romanità

Oggi la coda alla vaccinara è unanimemente riconosciuta come uno dei piatti-simbolo della romanità, al pari della carbonara o dell’amatriciana. A differenza di queste ultime, però, essa mantiene una dimensione più narrativa e storicizzata, evocando un mondo del lavoro, della fatica e della solidarietà comunitaria ormai in gran parte scomparso.

In conclusione, la coda alla vaccinara non è soltanto una preparazione gastronomica, ma un dispositivo culturale complesso, capace di raccontare la storia di una città attraverso i suoi sapori. Essa testimonia come la cucina possa farsi archivio vivente, luogo di sedimentazione della memoria e, al tempo stesso, spazio dinamico di reinterpretazione continua. In questo equilibrio tra passato e presente risiede la sua duratura forza simbolica.

 
 
 
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