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Caffè Polemico: La campanella della discordia e l’illusione del banco perfetto - Decreto scuola in Italia

12 ott
Tempo di lettura: 3 min

Prendete una tazzina di espresso, possibilmente amaro e ben ristretto, perché ciò di cui discutiamo oggi lascerà un retrogusto particolarmente aspro a chiunque abbia ancora a cuore le sorti della pubblica istruzione. Con il Decreto Scuola varato il 24 settembre, il governo ha deciso di sferrare un vigoroso fendente normativo nel tessuto connettivo della scuola italiana. La misura-bandiera, quella destinata a infiammare dibattiti da talk show e chat di classe, è una soglia numerica rigida: a partire dall’anno scolastico 2027/2028, nelle classi prime delle scuole primarie, medie e superiori non potrà esserci più del 30% di studenti stranieri.



Per comprendere la genesi di un simile provvedimento non serve rifugiarsi in sterili bizantinismi statistici. Basta varcare la soglia dei molti plessi sorti a ridosso delle aree industriali del Nord o nelle periferie tentacolari delle nostre metropoli. Lì, negli ultimi quindici anni, la realtà sul campo ha generato un paradosso socioculturale con cui prima o poi la politica avrebbe dovuto fare i conti: intere classi in cui i discenti italofoni rappresentavano una sparuta minoranza. Due o tre bambini autoctoni sperduti in aule affollate da venticinque compagni provenienti da mondi e ceppi linguistici lontanissimi, spesso senza la minima conoscenza dell’alfabeto latino. In simili trincee didattiche, il rischio tangibile non era soltanto il crollo verticale degli apprendimenti di base, ma un vero e proprio fenomeno di "fuga bianca", con le famiglie italiane intente a ritirare i propri figli per iscriverli negli istituti del centro cittadino. La scuola dell'obbligo rischiava così di sfaldarsi, trasformandosi in una rete di ghetti educativi autosufficienti e paralleli.


Di fronte a questo sfacelo annunciato, il legislatore ha scelto la strada del contingentamento aritmetico. Si fissa un argine e si stabilisce chi rientra nel computo: non i minori nati sul nostro suolo, né coloro che abbiano già frequentato con successo almeno due anni di scuola materna o tre anni del ciclo scolastico, bensì unicamente gli alunni non comunitari che manifestino effettive e gravi lacune nella lingua di Dante. Per gli esuberi, spetterà agli Uffici Scolastici Territoriali orchestrare un complicato piano di redistribuzione verso i presidi educativi contermini. E qualora le distanze logistiche rendessero impossibile tale trasloco forzato, lo Stato promette lo stanziamento di risorse straordinarie per finanziare docenti di potenziamento e allestire le cosiddette "classi polmone", autentiche camere di compensazione linguistica.


Crowded school entrance with parents and children arriving; Italian cover text reads La Campanella della Discordia about school integration

Eppure, limitarsi alla sterile disputa sulla percentuale dei banchi significherebbe ignorare il cuore ideologico e operativo del decreto, che osa addentrarsi in territori ben più incandescenti: il ruolo della famiglia e i confini della laicità repubblicana.

Il primo vero snodo di rottura investe direttamente gli adulti di casa. Per anni si è finto di ignorare una verità lampante: l’inclusione scolastica del minore è un miraggio se le mura domestiche rimangono una fortezza impenetrabile alla lingua del Paese che lo ospita. Quante volte i consigli di classe si sono ritrovati paralizzati davanti a genitori residenti da un decennio ma incapaci di comprendere una circolare, una pagella o una convocazione disciplinare? Il nuovo decreto impone ai genitori degli studenti con gravi deficit idiomatici l’obbligo formale di frequentare corsi di lingua italiana di livello A2 presso i Centri Provinciali per l’Istruzione degli Adulti (CPIA). Chi rifiuta di ottemperare a questo precetto senza un giustificato motivo non riceverà una pacca sulla spalla all'insegna del buonismo, bensì un'ammenda pecuniaria salatissima, compresa tra i 200 e i 1.000 euro. L’acquisizione della lingua smette di essere un'opzione facoltativa concessa dalla benevolenza statale e diventa un solenne onere civico.

Il secondo aspetto, ancor più perentorio e destinato a sollevare vespai, riguarda la salvaguardia dello spazio pubblico: il divieto assoluto di fare il proprio ingresso nelle pertinenze scolastiche con il volto coperto o travisato. Il bersaglio evidente sono veli integrali come il burqa o il niqab, anch'essi punibili con sanzioni da 200 a 1.000 euro. In un luogo di formazione, dove l'espressività della mimica, la trasparenza dello sguardo e il mutuo riconoscimento tra esseri umani rappresentano la premessa imprescindibile dell'empatia pedagogica, celare i propri tratti somatici calpesta il senso stesso della comunità. Il rispetto dei diritti e delle confessioni religiose non può spingersi fino all'annullamento visivo della persona negli atri e nei corridoi della Repubblica.




Il coro dei soliti benpensanti strillerà contro il ritorno delle discriminazioni e la rigidità burocratica. Ma la domanda che dobbiamo porci, posando la tazza sul bancone, è un'altra: è davvero integrazione quella che chiude gli occhi davanti alle classi ghetto, che condanna all'isolamento madri e padri lasciati nell'analfabetismo civico e che rinuncia a vedere in faccia i propri cittadini? Questo decreto porta sul tavolo una presa di posizione dirimente: senza una lingua comune e senza la trasparenza dei volti, non esiste alcuna cittadinanza condivisa. Esiste solo una finzione comoda e ipocrita.

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