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L’ultima corsa di Alex Zanardi: addio all’uomo che ha sfidato il destino

BOLOGNA – Ci sono uomini che scrivono la storia e uomini che, con la propria vita, ne riscrivono i confini. Alex Zanardi apparteneva alla seconda categoria, quella dei pionieri dell’impossibile. Si è spento il 1° maggio 2026, all’età di 59 anni, circondato dall’affetto della moglie Daniela e del figlio Niccolò. Con lui se ne va non solo un campione dello sport, ma il simbolo vivente della resilienza umana.

La notizia, comunicata dalla famiglia e dall’associazione Obiettivo 3, ha colpito il cuore dell'Italia e del mondo intero. Zanardi non è stato solo un pilota di Formula 1 o un pluricampione paralimpico; è stato il "supereroe della porta accanto", capace di trasformare le tragedie più nere in trampolini di lancio per imprese inimmaginabili.

Dalla velocità al vuoto (e ritorno)

La prima vita di Alex è stata segnata dal profumo della benzina e dall'asfalto delle piste più prestigiose. Dai kart costruiti con i tubi del padre idraulico fino alla Formula 1 (Jordan, Lotus, Williams) e ai trionfi leggendari nella Formula CART negli Stati Uniti, dove i suoi "donuts" (i testacoda celebrativi a fine gara) erano diventati un marchio di fabbrica.

Poi, il 15 settembre 2001, il buio. Al Lausitzring, un impatto devastante gli strappa le gambe e lo lascia con meno di un litro di sangue in corpo. Il cuore si ferma, riceve l'estrema unzione. Ma Alex, con quella testardaggine emiliana che lo avrebbe reso eterno, decide che non è ancora il momento di scendere dalla macchina.

"Quando mi sono risvegliato e ho capito di non avere più le gambe, ho guardato quello che mi restava, non quello che avevo perso."
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L'oro della rinascita - Alex Zanardi

La sua "seconda vita" è stata, se possibile, ancora più straordinaria della prima. Invece di ritirarsi a vita privata, Zanardi ha scoperto il paraciclismo. Sulla sua handbike, è diventato un'icona mondiale:

  • 4 ori e 2 argenti paralimpici tra Londra 2012 e Rio 2016.

  • 12 titoli mondiali.

  • Vittorie alla Maratona di New York e record incredibili nell'Ironman.

Vederlo sollevare la sua handbike al cielo sul traguardo di Brands Hatch rimane una delle immagini più potenti della storia dello sport moderno. Non era solo una vittoria atletica; era la dimostrazione che la disabilità è solo un punto di vista.

L'ultimo silenzio

Il destino, crudele e beffardo, lo ha colpito di nuovo il 19 giugno 2020, durante una staffetta di beneficenza in Toscana. Un altro scontro, un'altra battaglia disperata contro la morte. Da quel giorno, Alex è entrato in un lungo, dignitoso silenzio. Anni di riabilitazione, piccoli progressi protetti dalla privacy assoluta della sua casa, fino al tragico epilogo di queste ore.

L'Italia perde un uomo che ci ha insegnato che "la vita è come il caffè: puoi metterci tutto lo zucchero che vuoi, ma se lo vuoi far diventare dolce devi girare il cucchiaino. Stando fermi non succede niente".

Oggi il paddock della Formula 1 a Miami osserverà un minuto di silenzio, ma il rumore che Alex ha lasciato dietro di sé continuerà a risuonare in ogni atleta che cade e trova la forza di rialzarsi. Grazie di tutto, Alex. Buona strada.

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