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Taranto – Il tempo che si ferma: la Pasqua

A Taranto, la Pasqua non è una data sul calendario: è una sospensione del tempo. È il momento in cui la città depone il rumore del quotidiano e rientra in sé stessa, seguendo un ritmo antico, quasi liturgico, che affonda le radici nella memoria collettiva. Qui, più che altrove, il sacro non si osserva: si attraversa.



Taranto la città che rallenta

Con l’avvicinarsi della Settimana Santa, Taranto cambia passo. Le strade si fanno più silenziose, i gesti più misurati, gli sguardi più intensi. È come se la città intera si disponesse all’ascolto. L’aria del Borgo Antico, carica di salsedine e incenso, sembra trattenere i passi, mentre le chiese si preparano a custodire un racconto che si rinnova da secoli.

La Pasqua tarantina non è improvvisa: è un’attesa lunga, quasi dolorosa. Un tempo disteso che culmina nella notte e nel giorno in cui la sofferenza si trasforma in speranza.


I Perdoni e il passo della penitenza

Il cuore simbolico di questo tempo sospeso è il rito dei Perdoni, confratelli incappucciati che, a coppie, percorrono lentamente le strade della città vecchia. Il loro incedere oscillante, detto nazzicata, non è solo un modo di camminare: è una preghiera in movimento, un linguaggio del corpo che traduce la penitenza in gesto.

Ogni passo è misurato, ogni sosta carica di significato. Il silenzio che accompagna la processione non è vuoto, ma densissimo: è fatto di rispetto, di memoria, di una fede che non ha bisogno di clamore. In quei momenti, Taranto sembra fermarsi davvero, come se il tempo civile cedesse il posto a un tempo più profondo, quasi arcaico.


Il dolore messo in scena

Il Venerdì Santo è il punto di massima tensione emotiva. La processione dei Misteri attraversa la notte tarantina come un lungo racconto visivo della Passione. Le statue, illuminate da luci tremolanti, non sono semplici simulacri: sono presenze. I volti scolpiti del Cristo morto e dell’Addolorata sembrano restituire alla comunità un dolore condiviso, che non appartiene solo al racconto evangelico, ma alla storia stessa della città.

Taranto, segnata nei secoli da dominazioni, crisi e ferite sociali, riconosce in quel dolore una parte di sé. E proprio per questo lo espone, lo accompagna, lo trasforma in rito.


La notte che prepara la luce

Ma la Pasqua tarantina non si esaurisce nel lutto. La lunga notte del Sabato Santo è un tempo di passaggio, di attesa silenziosa. Le campane tacciono, le chiese restano spoglie, eppure tutto è in preparazione. È il momento più fragile e insieme più potente: quello in cui nulla è ancora risolto, ma tutto è possibile.

Quando, infine, la luce della Resurrezione irrompe, non lo fa con euforia rumorosa, bensì con una gioia composta, quasi trattenuta. È una rinascita che conosce il prezzo del dolore e per questo appare più autentica.


settinama santa a taranto

Una Pasqua che è identità

Raccontare la Pasqua a Taranto significa raccontare un modo di stare nel mondo. Qui il sacro non è separato dalla vita quotidiana, ma ne costituisce una trama invisibile. Le processioni, i silenzi, i riti non sono folklore, bensì strumenti di trasmissione culturale, atti attraverso cui una comunità continua a riconoscersi.

In quei giorni, Taranto non corre, non consuma, non dimentica. Ricorda. E nel ricordare, si ferma. Non per restare immobile, ma per ritrovare il senso del proprio cammino.



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